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Che ruolo possono rivestire le parti sociali in un mercato del lavoro così complesso? E che cosa ci si può aspettare da Jobs Act e Garanzia Giovani? Valentina Sgambetterra, del Dipartimento mercato del lavoro della Cisl Milano metropoli, ci aiuta a tracciare un quadro su questi e altri temi.

1) Il Jobs Act ha suscitato reazioni contrastanti nel mondo sindacale. Come giudica questa misura e che ricadute si aspetta in termini occupazionali?

La Cisl giudica il Jobs Act, nel suo complesso, una legge positiva soprattutto perché introduce alcuni principi, come l’universalizzazione delle misure di sostegno al reddito, che sono stati da sempre un cavallo di battaglia della nostra organizzazione. Dal punto di vista occupazionale riteniamo che il provvedimento possa riportare al centro il contratto a tempo indeterminato sia perché, non va dimenticato, il Jobs Act viaggia di pari passo con la Legge di stabilità che prevede fortissimi sgravi per le assunzioni a tempo indeterminato, sia perché se ben utilizzato potrebbe essere uno strumento per colpire la cattiva precarietà, regolarizzare il mondo delle false partite iva, ridimensionare l’uso selvaggio del tempo determinato e l’abuso del contratto dei contratti di collaborazione dietro i quali spesso si celano rapporti subordinati. Il contratto a tempo indeterminato diventa di fatto molto più conveniente rispetto ad altre forme contrattuali e questa è una bella sfida per il mercato del lavoro.

2) La perdurante crisi del mercato del lavoro richiede una non facile conciliazione fra flessibilità e tutela dei lavoratori. Dove sta, a suo parere, il punto di equilibrio?

Per troppo tempo si è avuta l’abitudine di ritenere che l’unico problema della nostra economia sia quello della flessibilità, sia in entrata che in uscita, come se fosse solo questo a tenere ingessato il sistema economico del nostro paese. Ma non è così, non è solo questo. Comunque, per quanto riguarda il rapporto tra flessibilità e tutele come Cisl riteniamo che il punto di equilibrio stia nel garantire il mantenimento di una certa buona flessibilità tutelata ma, al contempo, nel combattere tutte le forme di flessibilità e precarietà improprie come le false partite iva, l’abuso dei contratti di collaborazione, del tempo determinato, l’uso scorretto dei tirocini. Il successo o il fallimento del nuovo contratto a tutele crescenti starà proprio nella riuscita, o meno, del mantenimento di un giusto equilibrio tra flessibilità e sistema di diritti e tutele che dovrà, secondo il nostro punto di vista, passare proprio dall’assorbimento nel contratto a tutele crescenti di tutta la cattiva precarietà.

3) Che giudizio si sente di esprimere sul Piano Garanzia Giovani? Andrebbero introdotti dei correttivi come sostenuto da più parti?

Garanzia giovani è senz’altro una misura molto importante soprattutto perché, per la prima volta, sono state stanziate risorse veramente consistenti su una misura che è al contempo di politica attiva e per l’occupazione. Tuttavia registriamo delle difficoltà che impediscono a garanzia giovani di decollare. In primis non è irrilevante il fatto che all’interno di un quadro definito a livello nazionale le regioni, giustamente, abbiano declinato in maniera autonoma alcuni aspetti decidendo in quali servizi investire maggiormente. Questo ha prodotto enormi differenze tra regioni soprattutto laddove sono state fatte scelte che hanno spostato l’ago della bilancia maggiormente sull’aspetto formativo che su quello occupazionale. In Lombardia, anche grazie all’esperienza già consolidata della dote Unica Lavoro, le cose vanno abbastanza bene anche se comunque si scontano le difficoltà intrinseche dovute agli effetti della crisi. La nostra valutazione, come Cisl, è che qualunque intervento funziona nella misura in cui c’è il coinvolgimento attivo delle parti sociali e, soprattutto, dando forza e ruolo alla contrattazione. In garanzia giovani a nostro avviso invece è mancato questo aspetto: se ci fosse stato uno spazio e delle risorse a disposizione della contrattazione probabilmente si sarebbero ottenuti risultati più consistenti. Inoltre per alcuni settori la garanzia giovani è di fatto inapplicabile perché pensata sul modello dell’industria e non tiene conto di alcune peculiarità come quelle del settore dello spettacolo dove difficilmente i giovani coinvolti sono puramente neet pertanto a loro la garanzia giovani non è applicabile. Questo è un peccato perché, soprattutto nel tessuto produttivo milanese e metropolitano, il settore dello spettacolo è ancora un settore che regge e, anzi, chiama occupazione.

4) I nostri dati ci dicono che lo stage rimane il principale strumento di ingresso per i giovani nel mercato del lavoro. Come giudica questo strumento nel suo complesso?

Lo stage è di per se uno strumento che ha il suo perché e la sua ragion d’essere ma, come sempre, il problema sta nel fatto che spesso di un buono strumento si fa un cattivo utilizzo, se ne abusa. Lo stage non è lavoro e ovviamente siamo assolutamente contrari all’utilizzo improprio dei tirocini come forma alternativa al lavoro. In ogni caso lo consideriamo utile nei casi in cui serva davvero come ponte per l’ingresso dei giovani nelle aziende, affinché possano imparare il mestiere, orientarsi nella realtà aziendale dando anche modo alle aziende di farsi un’idea sulla persona che sta svolgendo il tirocinio. Ma, ripeto, questa non deve diventare una maniera per assumere un giovane via l’altro assicurandosi così personale costante e a basso costo. Il lavoro è lavoro e va pagato come tale.

5) I sindacati sono spesso accusati di essere poco attenti alle esigenze dei lavoratori più giovani. Il sindacato può rappresentare efficacemente anche questo segmento di forza lavoro?

Questa è la sfida del futuro del sindacato: riuscire a rappresentare in maniera efficace anche i lavoratori e le lavoratrici più giovani. Non credo che il problema sia la mancanza di attenzione alle esigenze dei giovani quanto, piuttosto, la definizione di un modello nuovo capace di intercettare la forza lavoro giovanile offrendo rappresentanza e servizi appositi. E’ evidente che la società e il mercato del lavoro di oggi non sono gli stessi di dieci, venti o trent’anni fa quando era più semplice per i giovani intercettare ed essere intercettati dal sindacato. Il mercato del lavoro è cambiato da quando precarietà e flessibilità ne sono diventate le caratteristiche predominanti e di questo, che ci piaccia o no, dobbiamo prenderne atto. E’ necessario pensare ad un modello più ampio, in grado di raccogliere le esigenze dei giovani che oggi sono cambiate e proporci al mondo giovanile dando loro risposte in tema di disoccupazione, inoccupazione, abbandono scolastico e strutturandoci per riuscire a rappresentare anche i giovani lavoratori atipici o precari.

Simone Pivotto – © Riproduzione riservata

Simone Pivotto si occupa per ACTL di marketing e comunicazione. Da sempre appassionato di nuovi media, opera come formatore in ambito social media marketing. Coniuga il mondo del digital con quello delle risorse umane lavorando all’inserimento dei profili più giovani nel mondo delle professioni digitali.