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Il 26 maggio, presso la rappresentanza della Commissione Europea a Roma, sono state presentate  le Raccomandazioni Specifiche per l’Italia. La relazione ha toccato svariati argomenti di massima importanza, tra i quali segnaliamo le priorità in materia di politica occupazionale e protezione sociale.

Un importante dato che è emerso riguarda la percentuale di coloro che sono disposti a lavorare ma non cercano più un impiego, credendo che sia inutile. Se nel 2005 si trattava del 5% della popolazione, nel 2013 il dato era salito al 7,5%. A causa dell’immobilità e del conseguente ristagno del mondo del lavoro, un gran numero di individui, specialmente giovani, si è ritrovato in uno stato di apatia e scoraggiamento che gli ha impedito qualsiasi tipo di approccio alla ricerca di un impiego. Si tratta del popolo dei NEET, coloro che non seguono alcun percorso lavorativo né di formazione. Le cause di questo fenomeno sono da ricercarsi, oltre che nella recessione economica iniziata nel 2011, anche nell’insufficienza delle politiche attive sul territorio. I servizi per l’impiego appaiono infatti eccessivamente frammentati, a causa di forti differenze tra una regione e l’altra, e incapaci sia di fornire assistenza a chi cerca un impiego, che di venire incontro alle esigenze dei datori di lavoro. Per quanto riguarda il bando Garanzia Giovani, ad esempio, si segnala che solo 1/5 dei potenziali aventi diritto sono attualmente iscritti, e che i giovani con un basso livello di istruzione sono quelli meno coinvolti.

Il problema dell’occupazione giovanile in realtà affonda le sue origini nel sistema scolastico e accademico. L’Italia non possiede infatti un programma di orientamento formativo a tutti i livelli di istruzione. Studi recenti hanno dimostrato che molti studenti scelgono un percorso di studi non adeguato: nel 2014 il 46% dei diplomati si dichiarava infatti non soddisfatto delle proprie scelte in materia di istruzione.

Nonostante un proverbiale immobilismo nel suo primo anno di governo, ora l’attuale esecutivo si sta muovendo in direzione dell’alternanza scuola/lavoro, benché su scala ancora piuttosto ridotta. Da settembre 2014 è partito infatti un progetto pilota che permette agli alunni degli istituti di scuola secondaria superiore di frequentare periodi di formazione all’interno delle aziende durante gli ultimi due anni di istruzione.

Tuttavia è bene chiarire come la problematica fin qui presentata non abbia solo ricadute in termini economici, ma anche sociali. Allo stato di povertà generalmente associato alla mancanza di lavoro, va aggiunto il pericolo dell’esclusione dell’individuo, soprattutto per quanto riguarda i più giovani. L’intervento statale anche in questo caso appare insufficiente, con una spesa largamente orientata verso gli anziani e le pensioni. Non a caso in Italia vi è un’elevata percentuale di popolazione in età lavorativa che dipende economicamente dal reddito pensionistico di un membro della famiglia.

Un buon sostegno per l’inclusione attiva dovrebbe dunque comprendere, oltre ad incentivi economici, anche politiche attive sul territorio che sappiano far incontrare l’offerta di lavoro con la domanda, puntando maggiormente sugli operatori accreditati ed eliminando, ad esempio per Garanzia Giovani, l’inutile mediazione dei centri per l’impiego, che tuttora persiste in molte regioni.  

Marina Verderajme – © Riproduzione riservata

Marina Verderajme è Presidente di ACTL, Associazione di Promozione Sociale, accreditata dalla Regione Lombardia e dalla Regione Siciliana per i servizi per il lavoro e certificata Iso 9001. Opera nel mondo del lavoro e dello stage attraverso www.sportellostage.it e Recruit, società di ricerca e selezione per profili giovani