Gli ultimi dati fotografano il continuo aumento della percentuale di assunti a tempo indeterminato sul totale delle assunzioni. Ci sarebbe stato, ragionevolmente, da stupirsi del contrario data l’entità dei contributi destinati ad ogni assunzione (8.060 euro all’anno per tre anni per ogni assunto).

Non si intravvede, però, la tanto auspicata diminuzione della disoccupazione, con un numero degli occupati che rimane sostanzialmente invariato.

Che le aziende propendano per una forma contrattuale capace di dare maggiore sicurezza ai nostri giovani è un fatto positivo. Ma quanto sarà reale questa stabilità? E quanto possono essere considerati positivi questi dati? Vale la pena di analizzare un po’ più in dettaglio la questione.

Il contratto «a tutele crescenti» che, grazie al Jobs act, le imprese possono stipulare dallo scorso marzo è nominalmente un contratto «a tempo indeterminato», ma è accompagnato da norme che rendono più facili i licenziamenti rispetto ai vecchi contratti tutelati dall’articolo 18 . E quindi saranno i fatti a dire se e quanto questo tipo di rapporti di lavoro sarà stabile e considerato tale dagli operatori economici (ad esempio dalle banche per la concessione di mutui).

Va poi fatta chiarezza circa le differenze tra i dati dell’Inps, che si riferiscono alle «comunicazioni obbligatorie» delle aziende sulle assunzioni e le cessazioni, dalle rilevazioni dell’Istat sull’occupazione. Le comunicazioni obbligatorie, infatti, non si riferiscono alle persone ma ai contratti attivati, cessati o trasformati (molti da tempo determinato a indeterminato) relativi al solo lavoro dipendente e parasubordinato del settore privato. Dal momento che una stessa persona può avere più di un contratto durante il periodo di osservazione, il saldo tra attivazioni e cessazioni non può tradursi automaticamente in una variazione del numero degli occupati.

Per ora il governo si accontenta del netto aumento delle assunzioni a tempo indeterminato: + 24% nei primi tre mesi, rispetto allo stesso periodo del 2014. Questo dovrebbe, nelle intenzioni di Renzi, ridurre la precarietà, soprattutto tra i giovani. Ma l’operazione ha un costo molto alto. Per il 2015 il governo ha stanziato 1,8 miliardi circa, che potrebbero non bastare. Inoltre, se Renzi volesse prorogare gli sgravi, così da rendere strutturale il taglio del costo del lavoro, ci vorrebbero 5 miliardi l’anno.

Siamo sicuri che un investimento così oneroso sia giustificabile a fronte di scarsi effetti su una disoccupazione fra le più alte d’Europa?