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Ancora molti dubbi circa la struttura che assumerà l’agenzia nazionale per il lavoro. Quello che si può dire, per ora, è che sicuramente il modello generale di riferimento prevede un coinvolgimento diretto delle Regioni. I contorni di tale coinvolgimento saranno frutto di una lunga trattativa Stato-Regioni.

Le regioni virtuose, come Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna, chiedono, come è comprensibile,  di poter continuare le loro buone pratiche, sviluppate ormai in oltre quindici anni di lavoro; quelle in difficoltà, in particolare Sicilia, Calabria e Campania, hanno evidentemente bisogno di coordinamento dall’alto. Non sarà facile trovare un punto di incontro fra legittime esigenze di decentramento a favore delle regioni più efficienti e di accentramento delle competenze rispetto alle regioni meno efficienti.

Sembra, almeno da quanto si legge, accantonata la proposta della Agenzie regionale, vista all’inizio come la soluzione anche all’eccessivo decentramento provinciale dei servizi pubblici per l’impiego, anch’esso un portato della riforma del Titolo V della costituzione, e la perdita di autonomia dei territori implicita nella proposta di Agenzia nazionale.

Bisogna tenere insieme le esigenze di decentramento delle regioni virtuose, come la Lombardia, con quelle delle regioni meno efficienti

Implicito in questo scontro complesso fra centro e periferia è il rischio che senza un ruolo attivo delle regioni nella governance dei Centri per l’impiego (CPI), alcuni modelli regionali del lavoro particolarmente virtuosi, tra cui quello lombardo, vedranno svanire le buone prassi sviluppate finora.

Il rischio è che venga meno, ad esempio, anche quel delicatissimo ed equilibrato modello competitivo tra operatore pubblico e privato che è uno dei tratti peculiari del modello lombardo, equilibrio trovato attraverso il programma della Dote Unica del Lavoro (DUL).

Sembra che il legislatore preveda un modello di accreditamento nazionale, scelta condivisibile rispetto al modello attuale, alquanto “frammentato” e in alcuni casi neppure regolamentato. Tuttavia, molto dipenderà dal modello di “accreditamento” che si intende adottare.

Tra gli aspetti più innovativi della riforma, è l’obbligo di iscrizione dei disoccupati al portale dell’ANPAL. Tale obbligo sarà associato alprofiling e, quindi, alla collocazione del disoccupato in determinate fasce d’aiuto, operazione ormai consolidata nel caso della GG e della DUL lombarda, oltre che in molti paesi europei.

L’iscrizione implica la definizione di un «patto di servizio personalizzato» e l’immediata disponibilità ad accettare programmi di riqualificazione o corsi di formazione. Entro 60 giorni dovrebbe giungere una «congrua offerte di lavoro», rispetto al proprio profiling. Il termine “congrua offerta di lavoro” rischia, però,  di essere ampiamente disatteso, come osservato nella GG.

Anche il Jobs Act, ricalca il tema della condizionalità tra politiche attive e passive, ma come per le riforme precedenti il problema è sempre stato quello dell’applicazione di tale principio, in particolare la difficoltà di “dimostrare” il rifiuto del lavoratore da parte dei responsabili dei servizi pubblici per l’impiego.

Rimangono, poi, molte incognite sul riordino dei Centri per l’impiego, in particolare non è chiaro come il governo intenda garantire l’applicazione dei Livelli Essenziali delle prestazioni (LEP), in contesti territoriali dove la sola definizione «patto di servizio personalizzato» rappresenta una prova “impervia”.

Un panorama, insomma, ancora molto frastagliato, soprattutto a fronte delle poche risorse che pare saranno destinate al progetto.

Simone Pivotto – © Riproduzione riservata

Simone Pivotto si occupa per ACTL di marketing e comunicazione. Da sempre appassionato di nuovi media, opera come formatore in ambito social media marketing. Coniuga il mondo del digital con quello delle risorse umane lavorando all’inserimento dei profili più giovani nel mondo delle professioni digitali.