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Nonostante la disoccupazione stia cominciando a diminuire rispetto al picco del 13%, raggiunto nel mese di novembre 2014, rimane comunque di oltre 1,3 punti percentuali al di sopra rispetto alla media dell’Eurozona. Il Jobs Act non ha sortito gli effetti sperati e si è rivelato l’ennesima dimostrazione che per creare lavoro in questo particolare contesto storico non servono decreti legge ma bensì un serio rilancio dell’imprenditoria.

Le start up sono un fenomeno che potrebbe invertire questa tendenza, anche se purtroppo in Italia non hanno vita facile. Non mancano ovviamente esempi virtuosi, ma in genere è la stessa cultura italiana a frenare sul nascere molte iniziative. L’esperto di start-up Brian Cohen, in un’intervista rilasciata al Corriere della Sera, non usa mezze misure: in Europa, e soprattutto in Italia, permane ancora un’eccessiva paura di sbagliare. Mentre negli Usa il fallimento è considerato come punto di partenza per ricominciare con un maggior bagaglio di esperienze, nel nostro paese è ancora visto come un vero e proprio stigma sociale, soprattutto per gli individui di sesso maschile. Allo stesso modo vi è anche una cultura per il quale la persona che si arricchisce viene invidiata e i suoi guadagni vengono immancabilmente associati ad affari loschi ed azioni al di fuori della legalità.

Ulteriori ostacoli che si pongono davanti a chi volesse dare vita ad una start up sono anche di carattere burocratico: l’affitto degli immobili dedicati ad attività commerciali e uffici è regolamentato da una legge degli anni 70, che sancisce in 12 anni la durata minima del rapporto. Questo significa che chiunque volesse affittare un locale da adibire a sede della propria attività deve stipulare un contratto di oltre un decennio, e anche quando questo non dovesse rappresentare un problema, la legge obbliga il proprietario dell’immobile a fissare il canone mensile per l’intero periodo senza possibilità di modificarlo in seguito. Chi volesse affittare il proprio immobile ad un prezzo di favore iniziale (ad esempio ad un giovane intenzionato ad aprire un’attività), per poi operare modifiche  in seguito si trova del tutto bloccato da un sistema, a nostro parere, inutilmente rigido e del tutto anacronistico.

Il vero problema in Italia non è la mancanza di idee, bensì l’assenza di politiche economiche e di un substrato sociale atti a metterle in pratica nel modo più semplice possibile 

Simone Pivotto – © Riproduzione riservata

Simone Pivotto si occupa per ACTL di marketing e comunicazione. Da sempre appassionato di nuovi media, opera come formatore in ambito social media marketing. Coniuga il mondo del digital con quello delle risorse umane lavorando all’inserimento dei profili più giovani nel mondo delle professioni digitali.