Di recente Alan Friedman, giornalista di fama mondiale, ha affermato che “tutto passerà dai social media”. Actl sportello stage offre diversi corsi gratuiti e professionalizzanti proprio in questo ambito. Perchè le aziende investono sempre di più sul digital? Quali sono le opportunità professionali in questo ambito? In questa rubrica diamo voce direttamente agli esperti.

Andrea Ferrari ha operato in una delle prime e delle maggiori agenzie del settore, per poi affermarsi come consulente e ora tiene anche alcune docenze per i corsi di Actl. Oggi ci racconta la sua esperienza e ci aiuta a comprendere l’importanza del digital.

Dottor Ferrari, che cosa consiglia a chi, giovane o meno giovane, volesse intraprendere un percorso formativo e lavorativo in ambito digital?
Io consiglio prima di tutto di appassionarsi alla materia in prima persona, come uso “personale”, per avere confidenza con le varie piattaforme. È fondamentale avere la curiosità e iniziare a usarle per entrare in confidenza, “mettere le mani in pasta”.

C’è qualche prerequisito fondamentale? Quali sono le qualità che deve possedere chi vuole lavorare in ambito digital?
È molto importante avere una buona cultura di base, capacità di scrittura e di interpretazione dei testi. Usando un’espressione un po’ forte si potrebbe dire che è necessario essere persone “colte”. Perché questa ‘cultura’ si riflette poi nella capacità di creare contenuti e di utilizzare questi nuovi mezzi.
Essendo mezzi nuovi non esiste ancora una teorizzazione vera e propria, e ognuno devi crearsi da sé la propria cultura digitale. È necessario avere una preparazione intellettuale per non essere impreparati davanti alla complessità di questi mezzi. Siamo ancora in una fase empirica in cui ci si confronta con questi mezzi per prove, per tentativi e per esperienze dirette. Ci si basa su un approccio creativo, non ci sono libretti di istruzioni. Facebook ha poco più di 10 anni, e gli altri social sono ancora più giovani: siamo ancora in una fase pionieristica. Per questo è importante essere gli “early adopters”, i primi che utilizzano un mezzo tecnologico, per avere un know-how maggiore di chi arriva dopo.

C’è altro?
Altra importanti qualità di cui deve disporre chi vuole lavorare in questo ambito è una grande curiosità: il desiderio di essere continuamente aggiornati e mettersi continuamente in discussione. Quello del digital è un mondo molto fluido, e in continua evoluzione, fatto di novità frequenti. Bisogna essere capaci di aggiornarsi di continuo, essere curiosi, voler scoprire.

Bastano curiosità, passione e la creatività o c’è una formazione specifica per questo settore?
Quelle che citavo sono le capacità trasversali, le soft skills che deve possedere chi vuole lavorare in quest’ambito. Per crearsi una professionalità poi ci sono diverse opportunità: agenzie, scuole, corsi, università per approfondire le proprie conoscenze. Un’agenzia di social media può essere, come lo è stata per me, una grande palestra.

E queste agenzie si stanno moltiplicando…
Esatto. L’altra faccia della medaglia del fatto che questo ambito sia così tanto cresciuto negli ultimi anni, con una conseguente moltiplicazione delle agenzie e delle aziende del settore è che accanto a chi è un professionista serio c’è anche chi ‘si improvvisa’, cercando di cavalcare l’onda. E purtroppo questa categoria è aumentata esponenzialmente. È un settore in crescita, ma ci vogliono le competenze. In questo senso può essere utile guardare alla storia, alla struttura e alla clientela di un’azienda per valutarne la serietà, ma al contrario può darsi che una realtà anagraficamente giovane sia assolutamente e anche più competente: occorre fiuto e esperienza nel settore per saper capire quale agenzia offre servizi seri. La rete può aiutare ad orientarsi, perché fornisce giudizi, opinioni e recensioni , ma anche queste informazioni occorre saperle interpretare e mediare.

Quali sono i paesi più avanzati nel settore digital e a cui guardare per fare passi avanti?
Il punto di riferimento è sicuramente il mondo anglosassone. Molte piattaforme nascono nel mondo anglofono, in generale più aperto all’innovazione, più “coraggioso”. L’Italia ha in generale una mentalità più conservatrice. Il combinato disposto tra il fatto di non essere noi italiani tra i primi del settore (in ambito digital andiamo al traino di innovazioni ideate altrove) combinato col fatto che la mentalità italiana è un po’ più conservatrice e che manca una conoscenza approfondita da parte delle aziende per questi settori, spinge a scelte molto conservatrici

Da quello che hai potuto osservare in prima persona, in agenzia prima e come consulente poi, come si pongono le aziende italiane rispetto a questo tipo di piattaforme e di servizi?
Poche aziende rischiano in maniera coraggiosa in questo ambito: se ci sono persone ricettive e aperte all’innovazione all’interno delle aziende si possono creare ottime cose anche in Italia, ma spesso c’è un freno che da questo punto di vista nel mondo anglosassone non c’è. A livello creativo ci sono anche altre nazioni che hanno talento nel creare idee e contenuti. Ci sono aziende che fanno cose molto interessanti ad esempio in Sudamerica: Argentina, Brasile. Sono zone che hanno molto coraggio, riflesso della loro mentalità. Ma anche il Nord Europa, i paesi Scandinavi, che hanno il coraggio di idee e innovazioni che a noi rischiano di apparire addirittura “disturbanti”.

La conoscenza di lingue straniere qui è d’obbligo…
È molto importante conoscere l’inglese, avere voracità intellettuale anche da questo punto di vista. Magari conoscere anche altre lingue come il cinese, il portoghese, il russo.

Dunque esempi a cui guardare ci sono
La regola è sempre quella di imparare dai migliori.  Le possibilità ci sono: il web è aperto a tutti, si possono scoprire miniere d’oro in tutto il mondo. Bisogna avere una grande curiosità, le  possibilità ci sono per chi ha voglia di conoscere e approfondire, le informazioni sono disponibili.

Il nostro sistema scolastico e universitario si è già adeguato a queste novità?
La formazione scolastica italiana è molto legata alle nozioni e meno al ragionamento logico. Ci sono molti assiomi che è difficile mettere in discussione, è una mentalità legata allo status quo, e questo può costituire un freno…

E le università?
In ambito universitario molto è stato fatto e si sta facendo. Per esempio la possibilità, nell’arco di studi di Informatica, di approfondire l’ambito del gaming, settore in crescita anche in Italia e che può fornire uno sbocco e un nesso con un industria globale. La scuola e l’università devono fare uno sforzo per legarsi maggiormente al mondo del lavoro, per favorire la spendibilità lavorativa degli studenti, non ridursi a una “bolla di vetro” fine a se stessa.  Senza rinunciare alla cultura generale e alla formazione tradizionale devono trovare un equilibrio rispetto alla spendibilità sul lavoro e nel contesto economico e aziendale.  Senza prescindere dalle radici e da competenze quali la comprensione testuale, la ricchezza linguistica, la capacità di sintesi etc.

È comunque necessario continuare a guardare al futuro…
Sì, l’evoluzione è letteralmente continua: chi avrebbe detto dieci anni fa che i social network sarebbero diventati così usati e conosciuti? Allo stesso modo fra dieci anni ci saranno altre realtà che ora noi nemmeno immaginiamo. Per questo è fondamentale un setup mentale adatto all’apprendimento continuo. È necessaria una grande curiosità e un approccio proattivo, sfruttando la tecnologia per ampliare la mia conoscenza e non solo  in maniera reattiva, in caso di bisogno cadendo nella trappola del “non imparo, tanto se ho bisogno guardo su Google”.

Accanto al social e al web ci sono altri settori del digital: ad esempio il mobile
Esattamente, e gli Italiani sono grandi utilizzatori di smartphones, sia come numero pro capite e sia come tempo speso sul device. Quindi un interesse c’è, sono tutti settori in crescita, e come in tutti i settori c’è, a dispetto della concorrenza, la possibilità di crearsi uno spazio, di ritagliare una nicchia di mercato in cui diventare leader in un servizio.

Quali sono le possibilità di un over 30 o di un over 40 in questo settore estremamente recente?
I cosiddetti over 30 sono svantaggiati agli occhi delle aziende, che cercano spesso preferibilmente risorse giovani da formare, assecondando uno stereotipo secondo cui risorse più adulte e formate sono più difficili da inserire. Un altro pregiudizio aziendale è quello che una risorsa non possa cambiare ambito professionale.

E gli studenti dei nostri corsi?
Over 30 come quelli che partecipano a questo corso gratuito offerto da Actl sono la documentazione del contrario, anzi vogliono imparare e riqualificarsi.

E per loro il reinserimento lavorativo non è sempre facile…
Spesso queste persone sono state sfortunate, si sono trovate in un’azienda, un posto di lavoro o un settore in crisi a prescindere dalle loro capacità. Per queste persone spesso è difficile ricollocarsi, dato il pregiudizio e gli stereotipi aziendali di cui sopra. Sarebbe necessario in questo senso anche uno sforzo da parte del regolatore statale, che si adegui al nuovo mercato del lavoro

A cosa si riferisce?
Sta scomparendo sempre di più il pattern del posto e del lavoro fisso fino alla pensione…

E’ un panorama completamente mutato. Quali sono a suo parere le prospettive percorribili?
Da parte di tutti gli stakeholders coinvolti si richiede un coraggioso sforzo di adeguamento alle nuovi condizioni del mercato del lavoro.

Ci può spiegare meglio quali sono questi soggetti di cui parla? In che cosa consiste questo “sforzo di adeguamento” al mutato mercato del lavoro?
Anzitutto lo sforzo deve avvenire da parte delle aziende, nel superare la loro pregiudiziale preferenza esclusivamente per i giovanissimi; in secondo luogo da parte del regolatore statale, in direzione di un welfare adatto ai mutamenti in atto; Il problema della disoccupazione degli over 30 è e va affrontato come un problema sociale, di welfare. E soprattutto è un problema inedito, dato che prima un posto di lavoro si conservava tendenzialmente tutta la vita. Anche lo stato dovrebbe dotarsi di strategie e interventi di sussidio adatti ai tempi. Un ulteriore esempio è il lavoro da remoto: diventa sempre meno necessario stare in ufficio, e quindi spendere tempo e denaro in spostamenti. E anche qui il soggetto regolatore deve adeguare le norme contrattuali, assicurative etc. occorre un passo coraggioso di innovazione e creatività per non rimanere indietro coi tempi. In terzo e ultimo luogo lo sforzo deve avvenire e sta avvenendo da parte di chi, come questi studenti over 30, ha un approccio proattivo e aperto al costante aggiornamento.

Intende dire che hanno le stesse chance dei colleghi-concorrenti teenager?
È vero, si tratta di persone che, a differenza dei teenager, non sono cresciute coi social media, ma questo non implica che non possano imparare.

Meglio inserirsi in una realtà avviata per imparare o rischiare e mettersi in proprio? Penso anche ai corsi erogati sempre da Actl nell’ambito dell’autoimprenditorialità…
Un consiglio pratico che do ai miei studenti over 30 è proprio questo: dal momento che è difficile che un’azienda li assuma fin da subito come dipendenti, è efficace proporre collaborazioni e consulenze in qualità di collaboratori esterni. Da qui poi può nascere poi un lavoro più stabile. Vale la pena di creare noi una nostra attività con approccio imprenditoriale. Queste persone provengono da una precedente esperienza in altri settori più tradizionali che il digital gli dà modo di innovare. Ai miei studenti dico: “Se il lavoro non lo trovate createvelo”.
Ritiene che in questo senso il contesto regionale e provinciale siano un contesto adeguato?
La Lombardia e Milano sono un terreno aperto alle nuove idee, dinamico da un punto di vista economico, c’è fermento e spazio per nuove idee ed attività imprenditoriali. Si possono trovare nuovi settori e nuove nicchie, non c’è ragione di ‘deprimersi’, perché i margini di manovra ci sono.

È soddisfatto della partecipazione dei suoi studenti alle sue lezioni presso Actl?
Come si diceva è importante aggiornarsi e riqualificarsi, e essere a lezione a più di 30/40 anni, come questi studenti, con voglia di imparare argomenti apparentemente lontani dai meno giovani non è da tutti: è facile impigrirsi con l’avanzare dell’età e invece queste persone sono determinate ad imparare e riqualificarsi, e un corso come questo è un buon punto di partenza, ed è da incentivare.