La guerra di cifre che si è scatenata nel tentativo di definire le ricadute del Jobs Act sull’occupazione non accenna a diminuire. Tra proclami entusiastici e brusche marce indietro una cosa però è certa: almeno dal punto di vista numerico nell’ultimo anno i posti di lavoro sembrano proprio aumentati . Tuttavia questo dato è abbastanza fuorviante se non lo si contestualizza. Il benessere di un Paese non si misura solamente del numero dei soggetti occupati, ma dalla qualità delle professioni e dal valore aggiunto che ne deriva conseguentemente.

Purtroppo si può constatare come il trend italiano sia decisamente desolante: ad aumentare sono principalmente i lavori scarsamente qualificati, mentre gli alti profili faticano a trovare una collocazione adeguata e sono spesso costretti a spostarsi all’estero per ottenere i giusti riconoscimenti, in termini professionali e monetari.

Parallelamente si assiste alla riduzione delle ore di contratto a causa dei sempre maggiori problemi economici delle piccole e medie aziende. Questo fenomeno, il cosiddetto part-time forzato (che colpisce oltre il 60% dei lavoratori a tempo parziale) contribuisce a delineare un quadro dei cambiamenti economici in corso nel nostro Paese.

Il rischio è che l’Italia non riesca a stare al passo con la concorrenza proveniente da molti paesi esteri, che invece puntano sulla qualità delle risorse e sulla formazione.