A partire dal 2008 assistiamo nel nostro Paese a un fenomeno preoccupante, soprattutto sul lungo periodo: la diminuzione degli iscritti all’università.

Il dato non può che suscitare allarme, soprattutto se comparato con i principali paesi europei.  In Italia, infatti, il numero di diplomati che proseguono gli studi è meno di 50 su 100, di contro a 55 in Germania e Spagna, a 70 nel Regno Unito e a più di 80 negli Usa.

Nell’era della conoscenza un’ economia di successo non può prescindere in alcun modo dalla preparazione delle risorse. Se a questo aggiungiamo che già molti paesi in via di sviluppo (vedi Brasile e Argentina) mettono sul mercato più laureati di noi è chiaro che non c’è da stare allegri.

Quali contromisure adottare allora per non trovarci sempre meno competitivi? La risposta sta nella costruzione di un dialogo sempre più serrato tra università e imprese.  Un rapporto che deve traguardare il semplice inserimento di tirocini curriculari nei percorsi di studio fondando le sue basi su una progettazione  condivisa.

Di fronte a un mercato sempre più complesso il pragmatismo deve fare, dunque, da bussola. Basta a corsi inutili e poco professionalizzanti, ma, piuttosto, incentivi e agevolazioni per gli indirizzi più richiesti e per cui non vengono formati abbastanza profili.

il sistema universitario va cambiato con un ingresso deciso da parte del mondo del lavoro in tutta l’offerta  formativa con un percorso condiviso e continuativo, non accontentandosi di qualche sinergia “spot” come invece accade ora.

Ulteriore questione dirimente è, poi, quella dei fuori corso: una piaga tutta italiana che se non combattuta efficacemente continuerà ad allontanare in maniera irrimediabile i nostri giovani dal mercato del lavoro.

Gli effetti positivi del coinvolgimento delle imprese sarebbero duplici: non solo una costruzione dei percorsi di studio capace di rispondere davvero alle esigenze del mercato ma anche uno strumento di finanziamento in grado di incentivare i più dotati e meritevoli.

In caso contrario la situazione non può che peggiorare. La scarsa capacità di cogliere le richieste del mercato, unita a un’età media di conseguimento del titolo fra le più alte d’Europa, non potranno che causare un’ulteriore riduzione della competitività ingenerando una spirale con effetti negativi anche su pil e occupazione.