Quando si parla di retribuzione per il lavoro svolto, si fa spesso riferimento al gender gap che intercorre tra uomini e donne. Sovente, alla medesima mansione, corrisponde uno sbilanciamento di remunerazione verso il lavoratore rispetto alla collega di sesso femminile. Quello di cui raramente si fa parola è però un altro tipo di problematica, nota come Generation Gap, ovvero il fenomeno per il quale l’entità dello stipendio è direttamente proporzionale all’età del lavoratore, senza che tuttavia si tenga conto dell’effettiva necessità di potere d’acquisto di ciascuna fascia anagrafica. Lo studio realizzato dall’agenziaper il lavoro Umana in collaborazione con il sito JobPricing vuole puntare l’attenzione proprio su questo elemento. Mai come adesso il mercato del lavoro è variegato e frammentato poiché contiene al suo interno 3 generazioni di individui molto differenti tra loro: si tratta dei Baby Boomers (le persone nate tra il 1946 e il 1964, che hanno quindi oltre 55 anni), la generazione X (composta dai nati tra il 1965 e il 1980) e la generazione Y (le persone fra i 15 e i 34 anni, nati dal 1981 al 2000).
Dallo studio emerge che le differenze di retribuzione di queste tre categorie sono tanto più elevate quanto più si sale di livello.
Il dato è spiegabile esaminando il sistema retributivo italiano, che premia fortemente l’anzianità del lavoratore concedendogli i cosiddetti “scatti” ovvero gli aumenti di stipendio in concomitanza con l’aumentare dell’età anagrafica.
Se si considera la retribuzione annuale lorda, ad esempio un operaio under 35 guadagna molto meno di un collega più anziano, anche a parità di mansione: lo scarto può arrivare a quasi 2500 euro lorde all’anno e in caso di mansioni di maggior livello la forbice aumenta, arrivando ad una differenza di circa 8000 euro lorde annue per una posizione di quadro e al decine di migliaia di euro in caso di un dirigente. Certamente è giusto premiare l’esperienza e l’anzianità dei lavoratori, ma così facendo si rischia di penalizzare fortemente i più giovani e di sottostimare i meriti e le competenze che possono apportare alla mansione che sono chiamati a ricoprire, nonché di sfavorire la fascia di popolazione che, anagraficamente, necessità di maggiore disponibilità monetaria.

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