All’indomani della crisi economica il tema dell’internazionalizzazione è diventato di vitale importanza per la sopravvivenza delle piccole e medie imprese. È opportuno non confondere tale concetto con quello della delocalizzazione, considerato da molti come semplice stratagemma per l’abbattimento dei costi. Internazionalizzare significa invece essere in grado di offrire di più lì dove aumenta la domanda.  Certi prodotti sono più facilmente commerciabili all’estero, anche per motivi demografici: da qui l’esigenza delle nostre imprese di andare ad insediarsi in prossimità dei mercati di sbocco più interessanti. Paradossalmente, sono le imprese che hanno già raggiunto una certa dimensione domestica quelle che riescono a seguire meglio questa strada, incrementano così anche i loro organici in Italia.
Innanzitutto perché c’è più traffico da coordinare e, in secondo luogo, perché l’ampliamento degli orizzonti competitivi obbliga l’impresa a innovare di più, facendo ricerca e sviluppo necessariamente presso la casa madre. A questo proposito, e non solo, abbiamo avuto il piacere di incontrare Michele Tronconi, presidente di Assofondipensione e membro del Consiglio di Amministrazione di Simest Spa (la banca d’affari che mira a  favorire l’internazionalizzazione delle imprese italiane), nonché membro della Giunta di Confindustria a Roma e del suo Consiglio Direttivo. “l’internazionalizzazione, ovviamente, non è una strategia alla portata di tutti” – ha dichiarato Tronconi alla nostra testata – “Tuttavia, avere molte imprese italiane che si internazionalizzano è come avere più rompighiaccio che aprono la strada. Magari portandosi dietro le imprese più piccole come fornitori”.
Questo è vero soprattutto per i settori di eccellenza del nostro Paese, come il tessile e il calzaturiero, veri e propri simboli del malfunzionamento del “sistema stato”. Complice la crisi economica, negli ultimi anni ha preso piede l’opinione che tali comparti industriali fossero ormai spacciati, in favore dei settori high tech e, in conseguenza di ciò, si è deciso di chiudere gli istituti tecnici in grado di tramandare le conoscenze tecniche, sostituendoli con corsi più teorici e ad ampio spettro. E non è tutto: Tronconi ha anche sottolineato che “nemmeno a livello universitario si vede un particolare slancio a favore di quelle lauree brevi che potrebbero fornire i tecnici del futuro, magari nell’ambito delle cosiddette tecnologie dei materiali”. Occorre dunque ripensare a molteplici fattori, sia economici che culturali, per spingere le nostre aziende ad aprirsi di più verso l’estero e, perché no, a compiere il cosiddetto “rischio di impresa” pur di realizzare al meglio il proprio business. Bisogna certamente saper fare i conti con il caso, tuttavia sono gli uomini stessi a porre le basi perché le cose accadano secondo il loro volere: d’altronde come diceva Louis Pasteur: “La fortuna favorisce le menti preparate”.