Le statistiche ci avvertono, come anche gli ultimi allarmi da parte di Mario Draghi e Tito Boeri. Il rischio è quello di non riuscire a ritirarsi prima dei 75 anni, inoltre, le opportunità di lavoro si sono disperse con l’allungamento della vita lavorativa necessaria per la maturazione dei requisiti.  L’attuale generazione di 25enni, pur altamente formata, rischia di perdersi nella persistente mancanza di sbocchi professionali.

Certo è che il problema dei giovani, attualmente, è di raggiungere l’autonomia economica. Tuttavia l’Italia non sembra essere un paese per giovani nonostante i vantaggi che i nati tra gli 80 e i 90 hanno: le comunicazioni digitali, l’ampliamento dell’offerta formativa e la mobilità su territorio nazionale e internazionale (dovuta anche alle formule low cost). Nondimeno oggi, per i giovani sui 25 anni, le prospettive sono meno rosee rispetto a quelle in cui, alla loro stessa età, si sono trovati genitori e nonni.

«Il Sole 24 Ore» ha indagato su queste zone critiche con lo strumento delle statistiche, andando a confrontare la situazione attuale con quella degli anni 60 e 90 in sei ambiti significativi per le fasce giovanili, ambiti che idealmente accompagnano l’individuo nella sua vita, dalla nascita alla pensione: demografia, istruzione, famiglia, lavoro, redditi, previdenza. Per ciascun ambito sono stati selezionati dei parametri interessanti.

L’invecchiamento

Oggi, si è assottigliato rispetto al passato il gruppo di persone che hanno tra i 20 e i 29 anni: se nel 1965 erano quasi otto milioni e nel 1990 oltre nove, nel 2015 si sono ridotti a 6,4 milioni. In questo cinquantennio però sono migliorate le condizioni di vita, le cure, con una speranza di sopravvivenza maggiore. Tutto questo però, porta ad avere oggi, un indice di vecchiaia (numero di over 65 ogni cento bambini fino a 14 anni) che è schizzato da 39 a 97 tra il 1961 e il 1991 e oggi è pari a 161.

Istruzione maggiore

Più diplomi e lauree nell’ultima delle tre scenari che ritraggono nel tempo la popolazione italiana, a conferma di quanto osservato da Draghi: nel 1961 si censivano solo 603mila laureati (l’1,3% dei residenti), nel 1991 erano più che triplicati (due milioni, il 3,8% degli italiani). Stesso ritmo nei cinque lustri successivi: oggi sono il 13%, dato che comunque ci vede ancora indietro rispetto alla media della Ue a 28. Oggi sono circa 1,7 milioni: quattro giovani su dieci frequentano quindi una facoltà. Cresciuta anche la partecipazione femminile: alla vigilia della contestazione studentesca le donne erano un terzo degli iscritti, oggi sono circa la metà.

Per quanto riguarda i nuclei familiari, questi si sono ristretti a 2,3 componenti (dai 3,6 del 1961). È anche in diminuzione il numero dei matrimoni, che più spesso che in passato avvengono con rito civile, inoltre, si è innalzata l’età media in cui si arriva alle nozze, 36 anni, rispetto ai 27 di cinquanta anni fa.

Impiego, casa, pensione

Nel 1977, non era così semplice trovare un posto per mantenersi: il tasso di occupazione complessivo (46%) era inferiore rispetto a quello attuale (57%). Tuttavia, in riferimento alla fascia 15-24 anni, sfiorava il 34%, mentre oggi la percentuale risulta drammaticamente dimezzata (16,2%).

Per quanto riguarda la casa, dai risultati emerge che gli italiani abitano nella maggior parte dei casi, in immobili di proprietà (dati di Scenari Immobiliari). I giovani potranno quindi ereditare almeno una casa, poterla comprare invece, sembra essere ancora molto difficile, richiedere il mutuo in banca risulta infatti un percorso a ostacoli.

Per quanto riguarda il tema delle pensioni, si sono alzati i requisiti per l’accesso alla pensione ed è cresciuta l’aliquota contributiva per i lavoratori dipendenti.

Tirando le somme le sfide maggiori e più urgenti, per il governo, sono senza dubbio la sostenibilità dei conti e l’equilibrio sociale e demografico.