Il Jobs Act funziona? Sul rapporto Istat sui dati occupazionali, Matteo Renzi ha affermato soddisfatto: «Nel II trimestre 2016 più 189mila posti di lavoro. Da inizio nostro governo: più 585mila. Il #JobsAct funziona». Successivamente sono stati pubblicati i rapporti del ministero del Lavoro e quelli dell’Inps contenenti dati meno incoraggianti. In questo caso, però, il premier non si è espresso. Si tratta davvero di un fallimento?

Per il senatore Pietro Ichino: «Dal febbraio 2014 al luglio 2016 il numero degli occupati è aumentato di 585 mila unità. Di queste, 408 mila a tempo indeterminato e 196 mila a termine». Michele Tiraboschi, invece afferma che la politica enfatizza i dati per sostenere le proprie posizioni. Una cosa, però, è certa: misure così notevoli necessitano di tempo, occorrerà quindi attendere ancora per capire quanto e quali effetti abbiano causato la decontribuzione e la nuova normativa sul lavoro. In questi ultimi anni l’Italia ha perso numerosi posti di lavoro, che non riesce ancora a recuperare. Secondo il senatore Ichino, la decontribuzione ha contribuito sicuramente a rimettere in piedi la crescita economica del paese, ma resta ancora debole, in quanto l’incentivo ha un costo molto alto.

Il senatore aggiunge: «Quel che ha prodotto la decontribuzione non può essere considerato un risultato negativo. Mezzo milione di posti di lavoro stabili non sono una fantasia, sono lì da vedere e continueranno a produrre ricchezza e reddito, speriamo il più a lungo possibile. Potrà anche accadere che, cessato il vantaggio contributivo, un rapporto di lavoro poco produttivo venga sciolto, ma tutto induce a pensare che questo accadrà marginalmente. D’altra parte, anche quando questo accadrà, si dovrà parlare di tre anni di lavoro regolare per una persona che altrimenti non ci sarebbero stati».

È probabile che, terminati gli anni della decontribuzione, la disoccupazione si ripresenterà, perché il lavoro si crea con politiche a favore delle imprese. Questo pensiero riflette quello iniziale del premier Renzi, quando nel 2014 ha avuto inizio la sua carriera a Palazzo Chigi, ma successivamente ha deciso di partire dalla riforma della legge, anziché da quella a favore delle imprese italiane.

Due dati importanti, traspaiono dall’ultimo rapporto Inps sul mercato del lavoro: l’aumento esponenziale dell’uso dei voucher e quello dei contratti di apprendistato. Due dati che non piacciono a Michele Tiraboschi: «Il governo ha ristretto l’uso delle collaborazioni coordinate continuative e allo stesso tempo aumentato la soglia di reddito che un lavoratore può percepire dai voucher. È certamente positivo, tuttavia il dato nasconde un problema: in Italia non solo ci sono poco lavoro e poche opportunità per giovani, donne e disabili, ma soprattutto il lavoro non è di buona qualità e i salari sono molto bassi».

Per quanto riguarda, invece, i contratti di apprendistato nel 2015 la decontribuzione integrale per i nuovi rapporti a tempo indeterminato ha annullato per le imprese l’opportunità dell’apprendistato. Di conseguenza, riducendo la decontribuzione al 40%, i contratti di apprendistato tornino ad aumentare», spiega Ichino.

Secondo Tiraboschi, la scelta delle imprese italiane sui contratti di apprendistato è motivata solo dal basso costo aziendale, ma non dalla voglia di investire per il futuro.

Ichino, invece, non è d’accordo e crede che l’aumento dei contratti di apprendistato si denota già dall’anno 2014-2015 quando la decontribuzione non veniva applicata. Questo può essere indice del fatto che sia la decontribuzione che la riforma della disciplina del lavoro hanno inciso sull’aumento dei contratti a tempo indeterminato.